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Francesco Durante, Corriere della Sera / Corriere del Mezzogiorno
Come sono nuove le vecchie città (della Germania). La foto di Stefan Koppelkamm, assai istruttive per occhi napoletan, 28. 2. 2009


«Ortszeit-Ora locale», la bella mostra fotografica di Stefan Koppelkamm allestita al Goethe Institut di Napoli, può riuscire particolarmente istruttiva per il visitatore partenopeo, abituato alla sua città «siccome immobile». Perché lo mette di fronte alle grandi trasformazioni che in una decina d'anni, tra i primissimi Novanta e i primissimi Duemila, hanno investito le città dell'ex Germania Est. La mostra, anzi, è tutta giocata proprio sull'attrito passato-presente, con le grandi foto proposte in coppia: nel primo scatto si vede un luogo così com'era, poniamo, nel 1991, e nel secondo com'è diventato nel 2003. Koppelmann, tedesco di Saarbrücken, al confine francese, racconta com'è nato questo suo progetto. «Non appena cadde il Muro, ero curioso di vedere un po' di più di quanto non si riuscisse a vedere prima. Berlino Ovest, dove mi ero trasferito da poco, era una città chiusa in sé, assai autoreferenziale; e io ero tra i pochi che avessero avvertito il bisogno di vedere l'Est già prima di allora». Inizia così questa ricognizione in un mondo altro, certo più povero e arretrato, «ma che ti metteva davanti agli occhi un'altra Germania, quella di prima della guerra». A Ovest, le rovine del conflitto avevano innescato un processo di ricostruzione che più spesso, in realtà, era consistito nella distruzione del vecchio e nella realizzazione di architetture totalmente nuove. «A Est», dice Koppelkamm, «erano troppo poveri per fare altrettanto, e restavano tante cose sorprendenti da scoprire, specialmente per quelli della mia generazione, cresciuti con una specie di gap storico». Quando Koppelkamm incominciò questa ricognizione, non aveva già stabilito di ripeterla a distanza di anni. «In realtà, l'idea mi venne allorché mi posi il problema di trovare un modo per far pubblicare quel mio lavoro degli anni Novanta. Capii che quella del confronto poteva essere la strategia vincente». Detto, fatto. «Tornai a Dresda, ci stetti due giorni e mi venne qualche dubbio. Ero riluttante: in molti dei luoghi in cui ero già stato, intere case erano state portate via, e ciò che le aveva sostituite non mi pareva altrettanto interessante. Forse ero in cerca di qualche residua traccia del passato, qualcosa che fosse stata risparmiato da quei restauri generalmente troppo puliti e radicali».
Questo concetto risalta con grande evidenza in una coppia di foto scattate nella storica città di Görlitz, in Sassonia. In mostra, si vede un'antica casa com'era negli anni Novanta: totalmente disabitata e, come diremmo a Napoli, sgarrupata, ma ancora provvista, sulla facciata, delle insegne dipinte delle botteghe che un tempo vi avevano avuto sede. Accanto, ecco quella casa com'è oggi: perfettamente restituita alle sue linee architettoniche, e ovviamente senza insegne dipinte. Troppo perfetta. «Davanti a casi come questi», dice Koppelkamm, «il mio sentimento è ambivalente. Certe volte il restauro ridà dignità ai vecchi edifici, ne esalta la bellezza. Altre volte, però, restituendoli alla dimensione dell'arte, è come se ne espungesse la vita». (A tratti, lungo il percorso dell'esposizione, questa considerazione si fa strada con lancinante urgenza. Come quando in una teoria di antiche case si vede essere stato inglobato, quasi a dispetto, un edificio dalle linee moderne. O come quando si rivede, tutto restaurato e leccato, un palazzo già cadente sul quale, dieci anni prima, un'anonima mano aveva vergato la scritta: «Ciò che la guerra ha risparmiato, è stato distrutto dal socialismo», databile immediatamente a ridosso della caduta del Muro.) Lo sa, Koppelkamm, che proprio oggi, a Napoli, si parlerà di un specie di «poetica» dell'incompiuto in architettura? Certo che lo sa, e se n'è incuriosito. Al proposito, anzi, questa è la sua chiosa: «Quando arrivai a Berlino, nell'81, la città era in uno stadio simile, con larghe parti incompiute. Forse era la cosa che più mi piaceva. Di certo, mi piaceva più di un ambiente totalmente e compiutamente disegnato, di quelli che lasciano ben poco spazio alla fantasia...».